In-discussione

Pillole?

Cos’è che trangugiate per sentirvi meglio?

Parole?

Cos’è che vi raccontate per rassicurarvi?

Sesso?

Cos’è che provate per soddisfarvi?

Mettiti in discussione, ritrova posto per emozioni sane.

Ma qual’è il posto per le emozioni?

In ogni cassetto ne ho una, ogni mattina, quando suona la sveglia e scendo dal letto, le ripongo con cura lì, perfettamente stirate, piegate, profumate, nascoste. Ogni sera controllo che ci siano ancora, perché sapete, sono affezionata alle mie emozioni.

Sono mie, mi stordiscono, mi insultano, mi schiaffeggiano, e, sono, mie e a me piacciono così. Distorte, distopiche, mentalmente reali.

Se avessi un euro per ogni emozione che passa di qua… se avessi un retino per acchiapparle quando sbordanti, una sopra l’altra, mi sfuggono dalle mani e iniziano a volare libere tutt’attorno, tutte insieme. Ammiro la vostra compostezza, il passo sicuro dell’essere consapevoli, l’ebrezza di comandar timone.

Io nuoto in un mare di schiuma, tra gusci vuoti e coralli taglienti.

E’ una danza così intensa, che a stento riesco a vederci attraverso. Dura un attimo, un minuto, un’ora. Poi, le onde si perdono, mi scavalcano. E resto lì, intatta come il messaggio dentro la bottiglia. Sono tutto quello che porto con me.

No pillole, no parole, no sesso.

Sale, sabbia, alghe. Sangue in mare.

Mi fermo, attracco su me stessa. Niente champagne, non c’è arrivo, solo scorrere. Mi specchio un attimo. Salgo sulle emozioni mi lascio trascinare, di nuovo, di nuove.

Loro sono te e sono altro, sono fuori e dentro, non vuoi lasciarle andare, come nei classici film d’amore. E ti mancano, e ti manchi e poi manchi me. Io non sono più quella che ero prima, e non sono ancora quello che sono ora.

Sale, sabbia, alghe. Sangue in mare.

E il tempo passa, attimi, minuti, ore.

E resto lì, una bottiglia in mano, un messaggio in-discussione. Poi tornano, dentro, strisciano. Le emozioni.

 

Il labirinto di mais

Scappo, scappo da loro, scappo verso l’ingresso del labirinto.

Corro e il fiato mi brucia in gola, raschia la trachea e il sapore metallico del sangue arriva fino ai polmoni.

Li sento espandersi e contrarsi ritmicamente, rapidi, incontrollabili. Le mie gambe seguono l’istinto primordiale. Sopravvivenza. I muscoli si scaldano, pompano.

Sono dentro.

Fango. Riusciva a sentirlo sprofondare sotto i piedi ad ogni passo, melma fredda e viscida. Quel contatto con il suolo aveva risvegliato in lei un ricordo. Piccole mani, piccole dita che scavano.

Per un attimo si sentì confusa, una sensazione… il pensiero che l’attraversò.

Sento…?Cosa… non è possibile…

Flash, un’immagine, troppo rapida è già sparita.

Non posso fermarmi.

Dietro di lei un fruscio sibilante seguiva la scia di sangue lasciato dalla ferita fresca alla base del collo, rossa, calda, gocciolante.

Sono qui.

Nessuna materia visibile passava attraverso il fogliame, nessuna orma calpestava la strada alle sue spalle. Ma riusciva a percepirli, energia cinetica pura pensante, automatizzata e fottutamente reale.

Seguo il perimetro, non posso vedere.

Le piante di mais erano così alte da sovrastarla in altezza, svettavano verso la stelle con i loro esili rami e le foglie affilate come lame verdi, taglienti e appuntite. E sangue, ogni volta che le sfiorava una nuova cicatrice.

Due chilometri dall’entrata all’uscita.

Era riuscita a sbirciare il percorso del labirinto dall’immagine mappata sulla parete di Strateghós poco prima di scappare.

Avrebbe voluto scannerizzarla con le nuove protesi ottiche, ma non aveva avuto abbastanza tempo, la stavano già geo-localizzando.

Troppo tardi, la luce d’allarme si era accesa, scappare era la sola cosa che importava. Aveva approfittato del momento di ricarica degli scienziati per strapparsi via fibbie di contenimento, era saltata giù dal lettino operatorio ancora intontita dall’anestesia e aveva cominciato a correre.

Non posso restare.

Corro proteggendomi dalla luce della luna, alzo il cappuccio nero, cambio colore mi mimetizzo, loro non possono vedermi al buio. Destra, vicolo cieco.

Merda.

Li sentiva arrivare. Una piccola pozza di liquido denso stava scivolando sulla sua schiena e solo allora si accorse del colore sangue…

Lezione di chitarra

Era seduta  proprio in mezzo alla stanza, con le pareti colorate che la avvolgevano nello spazio rassicurante. Quelle mura le davano una posizione, un posto, una definizione, ci era affezionata. Lì aveva appeso i suoi poster preferiti e i suoi quadri mai finiti, arte di strada. O arte da strada.Tutto intorno c’erano libri, fogli appuntati, tempere e matite sparsi per i vari ripiani della libreria, in un apparente ordine casuale.

Questione di causalità. E entropia.

Rientrò che erano quasi le sette di una sera di maggio. Il sole scaldava ancora filtrando dalle persiane di legno della casa e c’era un leggero venticello a spazzare via un po’ di umidità. La primavera era la sua stagione preferita, quando i fiori impazziscono di colori e i prati si trasformano in quadri impressionisti. Raggi di margherite e girasoli.

Questione di correnti. E geometria.

La bottiglia di Rosso Piceno già stappata era di fianco a lei, appoggiato sopra il tavolino Ikea, vicino a un calice mezzo vuoto e al computer acceso. Si era accorta che filtrava una scia di luce da una fessura sul muro, vicino alla finestra e lo seguì con lo sguardo attraversando la stanza fino a al calice di vino. Osservava quei piccoli fasci di luce attraversare il liquido rosso e illuminarlo come se stesse avvenendo chissà quale incantesimo, ne era attratta. Bevve un sorso gustandosi la sua pozione magica. Poi si preparò a suonare.

Teneva la chitarra appoggiata sulle gambe abbracciandola sicura con il braccio destro, come se quello strumento fosse un prolungamento del suo stesso corpo. Un nuovo arto, nuove corde vocali. La mano destra che impugnava il plettro dettava il ritmo. Si sentiva a suo agio.

Questione di pelle. E vibrazioni.

La mano sinistra si muoveva velocemente sul manico coordinandosi con le cinque dita che, piegandosi, premevano sul metallo. E ad ogni movimento si sentiva sempre un leggero strofinio del palmo sul legno, a creare la melodia. Ogni dito è indipendente.

Questione di fluidità. E scorza.

I polpastrelli le facevano male, si sentiva in colpa per essersi morsicchiata i calli che finalmente le si erano formati dopo mesi di esercizio.

Face una pausa e si accese una sigaretta. Il fumo in contrasto alla luce artificiale dello schermo del pc era quasi fluorescente. Galleggiava e lei non poteva fare a meno di osservare le particelle danzare. Spettri luminosi.

Questione di materia. E onde.

Quell’aria le ricordava i tempi delle superiori, quando dopo un compito in classe, lei e Sara si chiudevano in bagno a fumare di nascosto e a confrontare le risposte. Si accese un’altra Yesmoke. Le scappò un sorriso quando pensò alla spensieratezza di quei momenti e alla leggerezza che li accompagnava. Erano migliori amiche ai tempi della scuola, lei e Sara. Inseparabili. Un pensiero fuggevole.

Questione di memoria. E armonia.

Aveva ripreso in mano la chitarra. Si sentiva collegata. Le dita rigide dell’inizio si sciolsero, sintonizzandosi col resto del corpo. Ritornello, è da lì che partiva sempre, poi il resto, le note le suggeriscono sempre come continuare. – E’ come se sapessero armonizzarsi tra loro in perfetta armonia con lo stato d’animo che le guida- mi disse una volta – Devi saperle ascoltare -.

Lei le sentì, le seguì e si lasciò guidare. Sentiva entrare le vibrazioni assorbite dal corpo. Chiuse gli occhi e creò la sua magia, proprio come la luce fusa nel bicchiere. E poi, si illuminò.

Questione di fede. E passione.

F(u)oridallastanza si restaura

Scrivo un post dopo quasi due anni di silenzio

Avevo le dita arrugginite e i neuroni in riconciliazione dopo aver guardato dal foro là fuori.

Caos. il mondo da dentro, caos. E’ stato come imparare a camminare di nuovo…

Sono stata rapita da un’aliena, l’altra me stessa, quella che è “fuori dalla stanza” e mi ha trasportato in un nuovo inesplorato  universo. Ho imparato a conoscerla, l’aliena. Ora mi fido di lei.

Succedeva questo e  mi sono presa un anno sabbatico dalla scrittura, mese più mese meno. Avevo bisogno di una trasformazione.

E’ un fatto naturale. E’ l’impulso al cambiamento. Rinnovamento, come i bruchi diventano farfalle.

La chiamavano maturità. Cambio di stato, transizione.

Ri-scopro la scrittura…

E inizio dal blog.

L’invisibile concretezza

Ci sono molti situazioni che fungono da spunto per esprimere un pensiero. La maggior parte di questi si ristagnano nel nostro inconscio e probabilmente fanno parte di tutte quelle possibilità inespresse, di tutti i mondi possibili e di tutti i punti di vista che non vivremo mai. Ciò che resta è un pensiero attivo, ciò che la nostra mente seleziona per non trovarsi in sovraccarico di informazioni. E’ istinto, è sopravvivenza. Quello che saremmo potuti essere, come avremmo vissuto. Quanti mondi rimangono invisibili? E l’unica cosa che mi tiene sveglia la notte. Così, nel tentativo di inseguire le immagini della notte, cerco un significato a ciò che sono. Cosa possiamo fare se non nutrirci di conoscenza? Eppure, pulsa in me il pensiero. Che cosa devo sapere? Selezione. Nel fondo primordiale delle idee, scelgo cosa voglio essere. E mi studio.